Fase 2 della pandemia in Italia, Confindustria Toscana Nord sollecita le riaperture

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Fase 2 della pandemia in Italia, Confindustria Toscana Nord sollecita le riaperture e chiede strumenti per la tutela e il rilancio del sistema produttivo

Liquidità effettivamente e rapidamente fruibile, fiscalità che tenga realmente conto delle condizioni delle imprese, differimento dell’entrata in vigore della nuova disciplina della crisi d’impresa, tutela delle filiere, ammortizzatori sociali: questi i principali capitoli in cui si articola il documento stilato da Confindustria Toscana Nord e trasmesso al mondo della politica e delle istituzioni in vista della fase 2 della pandemia in Italia.

“Il territorio Lucca-Pistoia-Prato ha una fortissima connotazione manifatturiera, con la presenza di alcuni dei settori maggiormente penalizzati dalle chiusure – dichiara il presidente di Confindustria Toscana Nord Giulio Grossi -. Con una situazione sanitaria fortunatamente non altrettanto grave di quella di altre aree del paese, alle quali va tutta la nostra vicinanza e solidarietà, abbiamo il 78% delle imprese ferme. A Brescia, ad esempio, lo è il 70%. Vi sono settori fermi del tutto o quasi; e dato che la loro presenza sul territorio non è uniforme ma concentrata rispettivamente nel pratese per il tessile-abbigliamento, nell’area di Monsummano Terme e in lucchesia per il calzaturiero e in Versilia per nautica e lapideo, ci troviamo con intere e vastissime aree fortemente penalizzate. Ma il problema, in maggiore o minore misura, investe tutto il nostro territorio. Nelle tre province, la meccanica è operativa solo per un quarto; gomma e plastica per poco più della metà; l’edilizia soffre anche da noi delle restrizioni sulle costruzioni di edifici che la blocca per oltre i due terzi; i servizi alle imprese risentono pesantemente delle chiusure; poi, come ovunque, è drammatica la situazione del turismo. La tutela della salute è la priorità assoluta: ne siamo consapevoli e convinti fino in fondo, come imprenditori ma prima ancora come persone, al di là di ogni ruolo. Le nostre imprese, sia quelle che ora lavorano sia quelle che sono ferme, si sono adeguate con la massima cura e sollecitudine alle prescrizioni della legge, alcune delle quali onerose dal punto di vista organizzativo e dei costi. Lo abbiamo fatto senza discutere e oggi che chiediamo di riaprire siamo disponibili a valutare la fattibilità di misure ulteriori come test di controllo sui contagi, quando questi saranno disponibili e riconosciuti validi. Il nostro Centro studi ha calcolato che  nell’area Lucca-Pistoia-Prato per ogni settimana di chiusura perdiamo 88 milioni di valore aggiunto, vale a dire di redditi da lavoro e impresa che, se non sono generati e distribuiti, cessano di essere il sostentamento di decine di migliaia di persone. Questo per tacere dei ricavi, stimabili in quattro-cinque volte tanto.”

Nel complesso delle province di Lucca, Pistoia e Prato lavora il 22% del totale delle imprese manifatturiere, corrispondente al 29% degli addetti. A livello provinciale, a Lucca rientra nei codici Ateco autorizzati all’apertura il 37% del manifatturiero, corrispondente al 54% degli addetti; a Pistoia il 26% del manifatturiero con il 29% degli addetti; a Prato il 13% del manifatturiero con il 12% degli addetti (ancora inferiori i dati del distretto tessile pratese, che include anche comuni limitrofi del fiorentino e del pistoiese e che vede operative il 10% delle imprese con il 12% degli addetti).

Confindustria Toscana Nord ha redatto un documento sugli interventi prioritari per la tutela e il rilancio del sistema produttivo dove si dà disponibilità anche a valutare, insieme alle organizzazioni sindacali, la fattibilità dell’effetttuazione dei test sierologici a tutti i dipendenti, non appena questi strumenti saranno disponibili e regolamentati. Nello stesso documento si indicano anche strumenti indispensabili per consentire la sopravvivenza delle aziende, commentando anche il Decreto liquidità appena pubblicato. Un decreto che soddisfa le imprese solo molto parzialmente. I finanziamenti sia del Fondo di garanzia PMI che con garanzia SACE sono giudicati insufficienti come durata sia dei finanziamenti stessi (6 anni quando le imprese chiedono almeno 10 anni) sia dei preammortamenti (per le imprese occorrono almeno 2 anni). Nel caso del Fondo di garanzia PMI vi è anche, nel caso della Regione Toscana, il vincolo del passaggio obbligato dai Confidi che rallenta considerevolmente il percorso. Necessario inoltre neutralizzare i costi per accedere alle garanzie statali.

“Le parole chiave sono velocità ed efficienza – aggiunge il vicepresidente di Confindustria Toscana Nord Daniele Matteini – Non possiamo aspettare troppi passaggi né per il varo delle norme né per espletare le pratiche. E’ di stamattina la notizia che l’ABI si è impegnata a trasferire quanto prima alle banche le istruzioni necessarie per operare: bene, confidiamo che almeno per questo aspetto ci possa essere la celerità indispensabile in questo momento emergenziale. L’eterno male italiano della burocrazia che ingessa tutto deve saltare, almeno di fronte a un dramma epocale come questo. Altrimenti l’Italia dimostrerà di non aver capito cosa sta succedendo e, ancor di più, cosa potrebbe succedere domani al paese, alla sua economia e alla sua tenuta sociale. Come abbiamo scritto nel documento, c’è un alto rischio che la potente iniezione di liquidità prevista dal decreto non arrivi nei tempi necessari alle realtà produttive, compromettendone la competitività o addirittura la sussistenza. Essenziale anche l’allentamento dei requisiti in essere degli accordi di Basilea e la conferma del posticipo al 2023 di Basilea 3. Confindustria Toscana Nord ritiene insufficiente anche il differimento al 1° settembre 2021, previsto anch’esso el decreto liquidità, della nuova disciplina sull’insolvenza e la crisi d’impresa, che a nostro parere non dovrebbe entrare in vigore almeno fino al giugno 2022. Gli effetti della crisi dovuta alla pandemia infatti si faranno sentire non soltanto nei bilanci 2020: non facciamoci illusioni.”

Sul piano fiscale Confindustria Toscana Nord chiede misure speciali per le aziende che hanno dovuto chiudere e anche per quelle attive in difficoltà, attestata da cali di fatturato pari almeno al 20%  nel mese  di marzo 2020 rispetto allo stesso mese del precedente periodo d’imposta o nei mesi successivi rispetto ai corrispondenti mesi del precedente periodo d’imposta. La richiesta è di sospensione dei versamenti e adempimenti tributari, inclusi quelli locali, e dei contributi previdenziali e assistenziali fino a due mesi dopo la dichiarazione di “fine emergenza”. La diversa previsione nel testo del decreto liquidità in questo senso, pare ancora inadeguata. Necessari anche interventi di ristoro e compensazione fiscale e garanzie statali a supporto dell’assicurazione dei crediti commerciali; da cancellare anche la plastic tax.

“Un capitolo particolarmente delicato è quello della tutela delle filiere produttive – conclude il vicepresidente di Confindustria Toscana Nord Francesco Marini -. Temiamo che il blocco produttivo e la stasi nei mercati che inevitabilmente seguirà la fase emergenziale possano danneggiare irreparabilmente le filiere. Ci pare opportuno prevedere fin da ora provvedimenti a supporto di processi di integrazione e riorganizzazione delle imprese appartenenti a filiere produttive articolate e territoriali. Questo anche per salvaguardare competenze e professionalità che altrimenti potrebbero andare disperse e per consentire l’adattamento ai nuovi scenari. Un’altra opzione da prevedere è che si facciano strada strategie di riconversione produttiva, con tutto ciò che queste potrebbero comportare in termini di ripensamento dell’organizzazione interna della singola azienda e dei rapporti fra aziende. Abbiamo quindi chiesto agevolazioni a fondo perduto per le spese di consulenza e per i beni materiali e immateriali necessari allo scopo. Sempre nell’ottica di salvaguardare le filiere, in particolare le fasi ad alto consumo di energia che abbiano dovuto sospendere l’attività, abbiamo chiesto che il pagamento della quota fissa della bolletta energetica sia posticipato di almeno 6 mesi. Indispensabili poi risorse adeguate per la cassa integrazione sia in deroga che ordinaria e fondo Fis, anche perché gli ammortizzatori sociali specifici per la pandemia dovranno andare ben oltre le 9 settimane attualmente previste. Una cosa comunque è certa: se non potremo riaprire il 14 aprile rischiamo grosso, e con noi rischia l’intero paese. Occorre riaprire subito per limitare l’impatto economico, già enorme, della pandemia. Vogliamo poter contribuire alla ricchezza nazionale, non chiedere di attingervi per limitare devastazioni economiche e sociali.”