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L’eredità di Primo Levi: il laboratorio di linguaggio e l’urgenza nel saggio di Caterina Frustagli

E’ uscito ufficialmente a maggio durante il Salone Internazionale del libro di Torino il saggio “Primo Levi davanti all’assurdo”, di Caterina Frustagli, edito da Tra le righe libri.

Abbiamo incontrato l‘autrice: come nasce questo libro?
Questo libro nasce dall’esperienza di una lettrice che, a 36 anni legge Se questo è un uomo di Primo Levi e ne resta non suggestionata, ma ustionata. Primo Levi, con una parola tagliente ed affilata, opera chirurgicamente sul corpo devastato, ma ancora vitale, della propria memoria e ci racconta la sua storia di deportato in modo così incisivo da farci subito sentire di essere dentro al filo spinato del lager. Entriamo sprovveduti, come il chimico ventiquatrenne protagonista delle vicende e ne usciamo, come lui, tramortiti, provando, con lui, a ritornare dagli Inferi alla vita.
Questo libro nasce dunque da un bisogno di gratitudine di una lettrice, che l’autore rende, con tutta la fatica che questa operazione gli costa, testimone di oltraggio e violenza. Primo Levi sentiva da sopravvissuto, il dovere di parlare “per conto terzi”, ovvero per conto dei sommersi, le vittime che da quel campo di annientamento non sono più uscite. Io, da lettrice prima ed autrice poi, ho sentito in qualche modo, il mandato di continuare a “parlare per conto terzi” e di contribuire perchè la memoria dei sopravvissuti, sopravvivesse, a sua volta all’oltraggio del tempo. Il mio contributo ed omaggio, tra i tanti rivolti a questo autore, di fama ormai mondiale, per mia inclinazione e formazione personale, si è focalizzato sugli aspetti psicolinguistici che hanno reso la parola di Levi così potente dal punto di vista comunicativo ed educativo. Il libro dunque parte da questa domanda: come Primo Levi, pur parlando con un linguaggio pulito, scevro da seduzioni di tipo estetico, riesce ad andare “dritto nel segno?”, coinvolgendoci in modo appassionante?

Perchè questo titolo? Qual è l’assurdo a cui si riferisce?
“L’Assurdo” a cui il libro fa riferimento è in prima battuta quello dell’universo concentrazionario in cui i deportati, in un processo di disumanizzazione ferocemente istantaneo, perdono drammaticamente la propria identità e da uomini vengono trasformati in haftlinge, cioè appunto detenuti privati di tutto (non hanno più un nome, una casa, una professione, degli affetti, non possiedono più neanche un corpo, ma ne sono invece posseduti, perchè ormai unicamente governati dai bisogni dettati dall’istinto di sopravvivenza). La condizione di oltraggio a cui sono sottoposti risulta ancora più incomprensibile perchè l’assurdo viene istituzionalizzato, diviene paradigma e dunque modalità di funzionamento sociale che sovverte ogni forma morale. L’assurdità della logica autoreferenziale del campo pone appunto il testimone nel tragico dilemma costituito dalla necessità morale di raccontare l’orrore e dall’estrema difficoltà di dire l’indicibile, riaffrontando il trauma che il ricordo inevitabilmente rivitalizza.
Ma l’assurdo è anche la condizione esistenziale in cui ci troviamo ogni volta che, per ragioni superiori alla nostra volontà, veniamo a contatto col Male e rischiamo di esserne contagiati. Primo Levi, con lo spirito ed il metodo d’osservazione dell’uomo di scienza qual è, non si accontenta di catalogare la propria esperienza come assurda ma la porta nel suo laboratorio, al pari di una sostanza, di un minerale o di un composto chimico e la analizza cercando di arrivare più in profondità possibile. Primo Levi si trova immerso nell’assurdità del Male e, riemergendo, sta di fronte all’assurdo, ne fa un oggetto di indagine, provando a guardarlo attraverso il filtro della narrazione, “negando il consenso” alla barbarie, ma anche al giustizialismo, al negazionismo ed alle facili interpretazioni manichee della realtà. Ed è proprio per questa posizione così coraggiosamente sostenuta per anni, che noi rimaniamo disorientati rispetto alla fine della sua vita.

In “Primo Levi davanti all’assurdo” si affronta anche lo spinoso problema della conciliabilità tra l’eredità umana e letteraria dello scrittore e la sua morte così controversa. Esiste una conciliabilità tra questi aspetti?
Il mio libro tenta di dare una risposta a questo quesito e la risposta è una risposta complessa, perchè complesso è appunto per noi immaginarci che il reduce del lager, l’uomo che è uscito vivo da Auschwitz, testimone instancabile che ha messo per anni a disposizione la sua esperienza, andando per esempio a parlare agli studenti nelle scuole, si sia poi lasciato cadere nella tromba delle scale, abbandonandosi ed abbandonandoci al silenzio. Apparentemente c’è una contraddizione insanabile e, di nuovo, un assurdo. Ma, se siamo stati lettori attenti e partecipi di Levi, anche noi, di fronte all’assurdo non dobbiamo retrocedere, ma provare a guardare attraverso. Anche attraverso la decisione di morire, senza lasciare spiegazioni.

Perchè è importante parlare dell’universo concentrazionario di Levi oggi? Perchè ci può servire rileggere le sua parole?
Di fronte agli orrori subiti, Primo Levi ci chiama ad essere giudici. Ci racconta la propria esperienza, con l’accortezza di porci, attraverso un uso sapiente della parola, scientificamente e letterariamente filtrata, alla debita distanza per evitare facili, quanto dannosi, contagi emotivi che invaliderebbero il nostro giudizio di fronte alla sopraffazione ed all’ingiustizia. Come già avevano fatto Dante e Manzoni, Levi ci coinvolge, senza cercare facili alleanze, con un’acuta e raffinata capacità di attraversare le miserie umane, restando, vigili, ma appunto anche umani.
Leggere e rileggere Primo Levi, attraverso il supporto di un saggio come strumento di amplificazione delle conoscenze e dei punti di vista, permette di sviluppare modalità di riflessione utili, anzi necessarie, ad evitare che l’orrore si ripeta. La Shoah è divenuta evento paradigmatico della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma oltraggio e disumanizzazione restano aspetti purtroppo drammaticamente attuali e trasversalmente presenti in tutte le culture. “Considerate che questo è stato” continua a dirci in modo perentorio Primo Levi: il silenzio che ammanta la sua morte, non ha mai coperto l’eco squillante del suo monito, perchè come dice Calvino, “Un classico è un libro che non ha mai smesso di dire quello che ha da dire”. E Primo Levi ci sta ancora parlando.

www.tralerighelibri.it

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