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Western da Oscar. Su Best Movie di gennaio Tarantino e Morricone.

Western da Oscar. Su Best Movie di gennaio Tarantino e Morricone parlano di The Hateful Eight, mentre Leonardo Di Caprio racconta il set estremo di Revenant: Redivivo

La prima coverstory del 2016 di Best Movie è dedicata a The Hateful Eight, il nuovo western di Quentin Tarantino con protagonisti otto villain “brutti, sporchi e cattivi”, il tutto accompagnato da una colonna sonora originale firmata da Ennio Morricone. Li abbiamo intervistati entrambi, il regista e il Maestro, per farci raccontare i retroscena del film, ma anche del futuro del genere e dell’eredità di Sergio Leone. Leonardo DiCaprio, invece, ci ha svelato in una lunga intervista l’esperienza ai limiti della sopravvivenza sul set diRevenant: Redivivo, nuovo film del premio Oscar Alejandro González Iñárritu.

Per il numero di gennaio, a Zerocalcare abbiamo chiesto di “sparare a zero” sul cinecomic rivelazione italiano Lo chiamavano Jeeg Robot. E nella nostra rubrica dedicata ai comics, Dentro le nuvole, Roberto Recchioni ci presenta il fumetto che anticiperà di un paio di settimane – con un sequel – l’uscita del film al cinema fissata per il 18 febbraio.

Immancabile la nostra Playlist 2015, con il meglio dell’anno di cinema appena trascorso secondo i lettori e secondo la redazione, che ha anche stilato sette originalissime Top Five “fuori genere” (la Top 5 scene WTF, Top 5 scene mozzafiato, Top 5 Donne con le palle, Top 5 personaggi maschili sensibili, Top 5 La vorrei guidare io, Top 5 psicopatici e la Top 5 Avrei voluto dirlo io…). Inoltre, cercando tra le pagine della rivista l’hashtag #BMTop2015, troverete i film preferiti dell’anno di alcune delle guest star coinvolte in questo numero (DiCaprio, Tornatore e i The Pills).

Protagonista della sezione Screen è la serie cult anni ’90 X-Files, che tornerà dal 26 gennaio su Fox. Per l’occasione abbiamo incontrato gli agenti Mulder (David Duchovny) e Scully (Gillian Anderson) che ci hanno svelato com’è stato ritrovarsi dopo 20 anni.

Sempre nelle pagine di Screen, i fan della Casa delle Idee potranno scoprire tutto su Lego Marvel’s Avengers grazie all’approfondimento sul nuovo videogame con cui Telltales Game rivisita le avventure dei suoi supereroi a mattoncini.

Le nostre interviste sono infine dedicate ad Aaron Sorkin e Bryan Craston. Il primo, considerato uno dei più grandi sceneggiatori del momento, ci racconta il suo Steve Jobs diretto da Danny Boyle mentre il secondo, icona assoluta di Breaking Bad, ci svela come’è stato calarsi nei panni di Dalton Trumbo nel biopic L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo.

Da YouTube al grande schermo: su Best Movie di gennaio troverete anche la nostra intervista tripla ai The Pills: Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi, che in una chiacchierata non convenzionale e politicamente scorrettissima (non) parlano del loro esordio al cinema con Sempre meglio che lavorare.

Non manca ovviamente la guida ai film del mese: dalla nuova fatica di Checco Zalone Quo Vado? al melodramma Carol con Cate Blanchett e Rooney Mara; dall’horror The Vatican Tapes alla crisi economica americana del 2008 fotografa in La grande scommessa; dal nuovo film di Tornatore La corrispondenza al divertente Daddy’s Home con Will Ferrell; dal ritorno di Stallone nei panni di Rocky in Creed – Nato per combattere al fantasy del maestro Mamoru Oshii Garm Wars – L’ultimo druido; dalla nuova commedia di Verdone L’abbiamo fatta grossa a Joy, in cui Jennifer Lawrence interpreta la geniale inventrice del mocio. E ancora, l’adrenalinico reboot di Point Break e l’irriverente spoof movie Cinquanta sbavature di nero. All’interno delle schede trovate anche le interviste a Giuseppe Tornatore e a Mamoru Oshii.

BodyPart (6)

Ecco un estratto dall’intervista a Quentin Tarantino realizzata da Elisa Leonelli e pubblicata su Best Movie di gennaio:

Hai diretto due western, Django Unchained e The Hateful Eight. Hai in programma una trilogia?

«Sì, in effetti, perché sento che, quanto meno nel mondo di oggi, devi fare tre western per poterti dire un regista western. Altrimenti ti stai soltanto dilettando nel genere. I miei film dicono qualcosa di diverso da molti altri western che esistono da ormai cento anni, e sono piuttosto fiero di questo, perciò penso di doverne fare un terzo, e poi questo trittico farà da testamento alla nostra epoca».

Sembra ci siano delle somiglianze tra The Hateful Eight e Ombre rosse, il classico di John Ford. Lui è uno dei registi americani che prediligi?

«No, non sono un fan di Ford, ma amo quel film. Penso che negli anni ’30 abbia rappresentato un salto verso ciò che oggi consideriamo il moderno fare cinema, e ancora adesso si difende magnificamente. Per la maggior parte, tuttavia, si tratta di una faccenda generazionale: non credo che gli autori di quel periodo avrebbero apprezzato i miei film. Li avrebbero trovati troppo sanguinolenti, ma soprattutto sarebbero stati infastiditi dalle parolacce. Adoro Howard Hawks, George Cukor e Ernst Lubitsch, ma so che a loro non interesserebbero i miei film, se li vedessero oggi. Uno dei pochi registi che ho incontrato di quell’epoca a cui sono piaciuti è Sam Fuller, anche se quando ha visto Le iene ha avuto un po’ di problemi con le imprecazioni».

Qual è il film che ha più influenzato il tuo stile?

«Il film che per la prima volta mi ha fatto pensare in modo “cinematografico” è stato C’era una volta il West, perché è diretto e orchestrato così bene che quando lo guardi riesci a capire come Leone è riuscito a farlo, per come usa l’inquadratura, come le persone escono da sinistra e entrano da destra. Il cinema è tutto lì, perciò quell’opera mi ha dato un’idea più tangibile di ciò che fa un regista».

 

Ecco un estratto dell’intervista a David Duchovny realizzata da Elisa Leonelli e pubblicata su Best Movie di gennaio:

Chi è il Mulder che ritroviamo all’inizio della miniserie?

«È un Mulder fuori dal suo contesto e piuttosto ammaccato: lui e Scully non stanno più insieme, e non ha più il lavoro. Insomma, gli hanno tolto tutto e in questi sei episodi torna per riprendersi qualcosa».

È stato facile tornare a essere lui?

«All’inizio ero un po’ arrugginito: il primo giorno di riprese mi sono beccato cinque pagine di monologo, uno di quei terrificanti spiegoni che Chris ama scrivere dove mi tocca dire cose come “propulsione elettrogravitazionale”. Ho scoperto molto tempo fa che non importa cosa sto dicendo – normalmente sono boiate incredibili –, devo dirle solo molto velocemente e comportarmi come se sapessi davvero di cosa».

Come è cambiata la relazione tra Mulder e Scully?

«È più profonda, a causa degli anni, c’è lealtà e rispetto. Mulder ci mette un po’ a ingranare, poi torna a essere quello di una volta. Parte con questo soliloquio infinito su teorie che riguardano praticamente tutto e Scully commenta: “Questo è il Mulder che mi piace”. È una delle mie battute preferite».

 

Ecco un estratto dell’intervista a Leonardo DiCaprio realizzata da Elisa Leonelli e pubblicata su Best Movie di gennaio:

Viste le condizioni in cui avete girato hai fatto tu stesso esperienza di alcune di queste sensazioni?

«Durante le riprese, immersi nel freddo delle montagne, abbiamo dovuto adattarci a ogni tipo di circostanza, e la nostra stessa lotta interiore, causata della frustrazione per i cambiamenti climatici, per le difficoltà legate al budget e per le altre complicazioni, è visibile sullo schermo: non c’è finzione, in questo film. Perciò girarlo ha rappresentato una sorta di percorso esistenziale sia per me che per Alejandro, ed è stato anche un viaggio spirituale per noi in molti sensi, perché rappresentava la perfetta fusione di violenza e bellezza, ed è proprio questo che volevamo: mettere in scena la brutalità e la bellezza della natura».

Come hai espresso i suoi sentimenti senza parlare, visto che per la maggior parte del tempo sei solo nel bel mezzo delle terre selvagge?

«Quella è stata per me la parte più eccitante del film, perché nella mia carriera ho interpretato molti personaggi davvero chiacchieroni, quindi Revenant: Redivivo è stato un esperimento. Quando ho letto lo script ho addirittura chiesto ad Alejandro di togliere ancora più battute, perché per me a importare era la raffigurazione. Hugh Glass è un uomo che non spreca parole, che va dritto al punto, perché non vuole dover necessariamente comunicare con le persone. Quello che attraversa lo vediamo nei suoi occhi, è così che viviamo la sua storia. Non servono parole. Inoltre, molto del mio agire nel film non è stato programmato, perché volevo cercare di reagire il più onestamente possibile a quello che la natura offriva».

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