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Orchestra MODO ANTIQUO al Giglio

Orchestra MODO ANTIQUO Federico Maria Sardelli direttore

Venerdì 27 Aprile 2012

ore 21.00 Teatro del Giglio – Lucca

nel 250° anniversario della morte di Geminiani

Modo Antiquo

Orchestra Barocca
Federico Maria Sardelli direttore

ARCANGELO CORELLI – dall’Opera V La Follia n.15

FRANCESCO GEMINIANI – Dai Concerti grossi Op. III [1733], Concerto grosso n. 2 in Sol min.

ARCANGELO CORELLI – Dalle Sonate per violono e basso Op. V [1700], Sonata n. 3 in Do magg.

ARCANGELO CORELLI Dai Concerti grossi Op. VI [1700]

Concerto grosso n. 1 in Re magg., con tromba e oboi di ripieno

FRANCESCO GEMINIANI – Dai Concerti grossi Op. III [1733], Concerto grosso n. 4 in Re min.

FRANCESCO BARSANTI – Dalle VI Sonate per la traversiera e basso Op. II [1728],

Sonata n. 4 in Mi min.

FRANCESCO BARSANTI- Dai Concerti grossi Op. III [1742], Concerto grosso n. 6

Con due Oboi, una Tromba, due Violini, Viola, Basso e Timpani

A partire dalla metà del XVII secolo nella vita musicale europea si diffonde lo stile “concertante” nelle forme della suite, della sonata e del concerto propriamente detto; la proposta di modelli che hanno immediata fortuna è dovuta a un gruppo di compositori e virtuosi italiani dai nomi importanti come Girolamo Frescobaldi, Alessandro Stradella e Arcangelo Corelli, fino a quelli più tardi e universalmente noti di Antonio Vivaldi e Domenico Scarlatti.

Molti saranno i loro seguaci durante il Settecento, più o meno talentosi e famosi, che viaggiando attraverso tutt’Europa contribuiranno alla diffusione quasi capillare e alla definitiva affermazione dei generi musicali appena citati e alla formazione di un linguaggio musicale internazionale.

Lucca, città musicale per eccellenza, è prodiga nel dare i natali a parecchi di questi musicisti già nei secoli precedenti il Settecento, nomi importanti che culminano con il genio di Luigi Boccherini. Alcuni di loro non torneranno mai più in patria e diverranno parte di quella vasta colonia di emigranti lucchesi, principalmente mercanti, presente ormai da secoli in tutta Europa e ben inserita delle varie realtà locali, così come ci testimonia il fiammingo Jan van Eyck con il celeberrimo ritratto dei coniugi Arnolfini, ricchi mercanti lucchesi a Bruges nel 1434.

Francesco Xaverio Geminiani –a cui è dedicato il concerto, nel duecentocinquantesimo anniversario della morte- e Francesco Barsanti, entrambi nati a Lucca e praticamente coetanei, appartengono ai musicisti che eserciteranno la loro arte fuori dall’Italia e che sono definiti da Gabriella Biagi Ravenni come “emigranti definitivi”.
Geminiani (che non userà mai il secondo nome che compare nell’atto di battesimo) nasce nel 1687, è figlio di un violinista della Cappella Palatina di Lucca e ben presto viene avviato agli studi musicali; sarà allievo di Alessandro Scarlatti e Arcangelo Corelli a Roma (ma non esistono documenti certi che testimonino la cosa). Le sue doti lo mettono subito in risalto così che in breve viene considerato come uno dei più grandi virtuosi di violino del suo tempo, tanto che nel 1711 diventa primo violino e direttore dell’Orchestra dell’Opera di Napoli.

Un’esperienza deludente e di poca durata: il genio virtuosistico di Geminiani non viene compreso, sì che Tartini –secondo Charles Burney, autore della prima storia della musica mai pubblicata- critica il suo suonare in “modo furibondo“. Contestato dai suoi orchestrali che non ne comprendono la direzione rapsodica e declassato alla sezione delle viole, decide di tornare a Lucca. Qua matura la sua decisione di partire per Londra.
La capitale del Regno di Gran Bretagna, dove dal 1712 vive Georg Friedrich Händel, sta diventando un rilevante centro musicale, con un importante teatro d’opera italiano, case editrici di grande risonanza e un continuo prosperare di concerti pubblici di grande qualità e richiamo. Inoltre, dopo la morte di Henry Purcell (1695), si guarda con grande interesse ai modelli italiani e la musica di Arcangelo Corelli viene considerata di riferimento.

Dichiarandosi suo allievo, e comunque supportato da un innegabile valore come strumentista, Geminiani ottiene un immediato successo e appoggi importanti; la sua fama londinese è tale che Sir John Hawkins, considerato il padre della musicologia, scrive: « [Re Giorgio I] … invitò a suonare a corte il virtuoso violinista Francesco Geminiani, il quale accettò di suonare solo se accompagnato al cembalo da Händel. Al termine gli elogi furono per entrambi, anche se tutti sapevano che solo il sassone avrebbe potuto stare alla pari del brillante Geminiani e accettare tutte le sue licenze ritmiche ».

 

Grazie agli insegnamenti di Corelli il “brillante Geminiani” introduce il Inghilterra i principi per un razionale metodo di studio del violino e nel 1751 pubblica L’arte di suonare il violino: il più importante dei sei trattati, da lui scritti, di teoria musicale e tecnica strumentale, un testo che contribuirà all’evoluzione della tecnica violinistica.
Oltre alla già menzionata fama di grande esecutore –viene considerato un maestro nell’arte del rubato– ne ricordiamo il successo come compositore con una produzione legata al tipico contrappunto italiano, maanche ricca di elementi cantabili e di ampio respiro.

Il virtuosismo appariscente sarà una delle caratteristiche che ritroviamo anche nella sua vasta produzione di concerti grossi, genere in cui si evidenzia l’importanza affidata agli strumenti solisti.

La Londra settecentesca ospita anche Francesco Barsanti, nato nel 1690 e come Geminiani precoce musicista. Su di lui non si hanno molte notizie e le poche provengono dalla Storia della musica in Lucca, un’opera del 1879 di Luigi Nerici, che così scriverà: «Da giovanetto, inviato a Padova per istudiarvi le scienze, tratto dall’amor della musica, a questa piuttosto si dedicò, e divenne bravo sonator di oboè e di flauto».

Per certo sappiamo che Geminiani e Barsanti partono per Londra assieme, nel 1714; ma mentre il primo lascerà molte tracce di sé, di Barsanti abbiamo meno notizie e più frammentarie. Sicuramente fino al 1735, anno in cui andrà in Scozia, esercità l’attività di flautista e oboista nella londinese Orchestra del teatro d’opera italiano. La Scozia lo ospiterà per otto anni, durante i quali si sposerà e con l’appoggio della locale aristocrazia potrà dare alle stampe le sue più importanti opere come compositore: i dieci Concerti Grossi op. 3 (1742) e, l’anno successivo, le nove Ouvertures op. 4.

Del 1742 è anche la magnifica raccolta di Old Scot Tunes per flauto (o oboe, o violino) e basso continuo; l’opera, al di là dell’oggettiva bellezza, con il suo rispetto per le melodie originali rappresenta una delle più importanti testimonianze sulla musica scozzese dell’epoca.

Dopo il 1743 Barsanti tornerà a Londra e non avrà vita facile: perduti gli appoggi e le conoscenze influenti si ridurrà a suonare la viola nelle varie orchestre londinesi. La sua morte avverrà in assoluta povertà e in circostanze poco chiare, presumibilmente nel 1772, dieci anni dopo la morte di Geminiani a Dublino.

È interessante, nell’ambito del concerto che stiamo per ascoltare, cercare un legame tra i due compositori lucchesi che non sia solo quello di una buona conoscenza, forse di un’amicizia, e di un comune destino da “emigrante”; certa è l’ammirazione che Barsanti deve avere avuto per il più famoso Geminiani, tanto che nel 1735, verso alla fine del soggiorno londinese, pubblicherà le Sei sonate per due violini e basso continuo, una rielaborazione delle ultime sei Sonate per violino e basso continuo op. 1 dell’amico Francesco.

Va anche considerato che l’arrangiamento è un genere piuttosto diffuso nell’Inghilterra del diciottesimo secolo, molto richiesto dal pubblico che amava riascoltare i pezzi di maggior successo in forma e per compagini diverse dalla scrittura originale. Francesco Barsanti diventa un vero specialista in quest’arte e quindi la trascrizione dei brani di Geminiani -ormai uno dei compositori più popolari in Inghilterra- è dovuta sì ad ammirazione ma anche a una precisa richiesta di mercato.

È comunque certo che il comune denominare per la fama dei due musicisti lucchesi vada ricercato in Arcangelo Corelli. Facciamo quindi un passo indietro e torniamo al 1653, anno di nascita di questo genio musicale.

La vita di Corelli, compositore e violinista, dopo gli studi bolognesi all’Accademia Filarmonica (con Leonardo Brugnoli e Giacomo Benvenuti, allievo di Ercole Gaibara detto “il Violino”), si svolge prevalentemente a Roma, dove si trasferisce nel 1671 per studiare contrappunto con Matteo Simonelli. Diviene violinista a San Luigi dei Francesi, al servizio dei cardinali Benedetto Pamphili e poi Piero Ottoboni, incarico, questo, che manterrà fino alla morte.

Non esiste una documentazione certa sui suoi viaggi in Francia e Germania; considerato però l’influsso che eserciterà sulla musica di questo Paese possiamo però supporre stretti rapporti con le corti tedesche. Corelli vanta frequentazioni e conoscenze importanti come Stradella e Scarlatti e per parecchio tempo è sotto la protezione dell’ex-regina Cristina di Svezia, che nel 1706 lo nomina Arcade con il colorito pseudonimo di Arcomelo Erimanteo.

Vive a Roma fino alla morte, avvenuta nel 1713, con la frequente compagnia di amici e intellettuali, in un elegante appartamento nei pressi di Palazzo Barberini, arredato con opere d’arte e quadri di valore. Trasmette questo suo amore per la pittura a Francesco Geminiani il quale, anche a causa di questa smodata passione, si troverà in grossi problemi finanziari.
Arcangelo Corelli non scrive molta musica; ignorando tutti i generi vocali sacri e profani (in un momento in cui il teatro d’opera trionfava), si dedica solo a composizioni strumentali, per il violino e gli altri archi; le sue poche pubblicazioni sono all’insegna di una grande accuratezza che presuppone un importante lavoro di cesello, caratterizzate da un misurato e classico equilibrio. Questa concentrazione e questo rigore fanno sì che con Corelli si arrivi alla prima compiuta valorizzazione dell’espressività del violino.

Nel 1700 pubblica l’Opus 5, composto di dodici sonate (sei da chiesa e sei da camera) per violino e basso: opera considerata importantissima nella storia della sonata europea e nello sviluppo delle scuole violinistiche (che vi troveranno un testo fondamentale), sì che nel corso del Settecento verrà ristampata più di cinquanta volte da editori diversi.

L’influenza esercitata da Corelli sui suoi contemporanei sarà enorme, tanto che quasi tutte le scuole violinistiche europee discendono da lui; già in vita la sua fama è tale che verrà sepolto nel Pantheon romano.

Nel campo della composizione per archi nessun artista potrà trascurare il suo insegnamento, da Tartini ad Albinoni, da Porpora a Padre Martini, da Muffat a Buxtehude. Händel, che sembra non apprezzasse il suo modo di suonare, lo omaggi a comunque con una raccolta di concerti grossi per archi, l’Opus VI; mentre Bach, in una sua fuga per organo, userà un tema corelliano del secondo movimento della Sonata op. III n. 4.
Tra i suoi molti allievi ricordiamo Giambattista Somis, che fonderà la scuola violinistica piemontese, Pietro Antonio Locatelli che lavorerà in Olanda e Michele Mascitti che opererà in Francia. E con il violinismo corelliano esportato in Inghilterra da Francesco Geminiani, che sarà esempio per Francesco Barsanti, ecco che si chiude il cerchio che lega questi tre straordinari musicisti.

Tra i brani proposti ascolteremo una follia, alcuni concerti grossi e alcune sonate; ricordiamo brevemente il significato di questi termini.

– La “follia” è un tema musicale, di ritmo ternario, tra i più antichi della musica europea, di origine portoghese, giunge in Italia attraverso il Mediterraneo e, probabilmente, Napoli è il porto di ingresso. Basata su una Passacaglia (composizione musicale in ritmo ternario e costituita da variazioni su un basso ostinato) prende forma di una Sarabanda lenta nella linea melodica. Se come danza non ha lo stesso successo della Sarabanda – anche se Mozart la cita nel Don Giovanni (1787) in Fin ch’han dal vino assieme al Minuetto e all’Alemanna- come tema musicale viene usata da circa 150 compositori in un arco temporale che va dal XVI al XX secolo. Introdotta nella musica colta da Jean Baptiste Lully conobbe la celebrità nel 1700 quando Arcangelo Corelli inserisce la Folìa nella sua Op.5.
(*) Ricordiamo poi Marin Marais nel 1701 con Pièces de Violes, Antonio Vivaldi nel 1705 con la Sonata op.1 n. 12, nel 1710 fu la volta di Alessandro Scarlatti con le sue Variazioni sulla Follia di Spagna e nel 1742 Johann Sebastian Bach, che raggiunge livelli altissimi con le variazioni di questo tema, nella Cantata dei contadini.
In età classica, e precisamente nel 1815, Antonio Salieri scrive ” 26 variazioni sulla Follia di Spagna” e il XX secolo vede Sergej Rachmaninov cimentarsi, nel 1931, con Variazioni su un tema di Corelli. Infine, ai giorni nostri, il cinema si appropria della Follia e spetta a Vangelis riebalorarla per il film ” 1492: la conquista del paradiso. La Follia è anche il brano forse più conosciuto del nostro Francesco Geminiani: quando nel 1726 pubblicò l’arrangiamento per concerto grosso delle prime sei sonate per violino op. 5 di Corelli il successo fu tale che tre anni dopo venne data alle stampe la seconda serie (n° 7-12 ). Gli interventi in questa serie furono marginali, rispetto al testo originale,ed erano volti solo a creare una sonorità più ampia; proprio La Follia è il suggello della raccolta

-Il termine “sonata” nasce nel Cinquecento, derivando da quello di “canzona da sonar”, generico pezzo strumentale in cui è ancora forte il richiamo alla polifonia vocale. Nel corso del Seicento il significato del termine diviene più preciso con lo sviluppo della sonata a tre, un genere assai diffuso in Italia che prevede un organico costituito da due violini e un basso continuo (clavicembalo o organo). La sonata a tre può essere da chiesa o da camera: nella prima sono previsti da tre a cinque movimenti e un grande ricorso al contrappunto, nella seconda ci sono sei o più tempi e la tendenza a utilizzare movimenti di danza. Lo sviluppo della sonata è strettamente legato a quello delle risorse tecniche ed espressive del violino e trova, quindi, in Arcangelo Corelli uno dei suoi massimi esponenti. Solo nella seconda metà del Settecento il termine assumerà definitivamente, grazie soprattutto all’austriaco Haydn, il significato “classico” di pezzo composto di tre (poi anche quattro) movimenti di diverso carattere alterno e, spesso, in tonalità diverse.

-Alla fine del Cinquecento, con il termine “concerto” viene indicato un pezzo musicale in cui i diversi raggruppamenti sonori si presentano contrapposti, quindi: musica suonata assieme da esecutori che siano capaci di far risaltare il proprio ruolo sia nell’unione con gli altri, sia nella sua individualità. Il significato originario del termine sembra legato, come indica la probabile radice condivisa con “certame”, a quello di gara, di competizione; altri sostenne una diversa etimologia, legata al concetto d’intreccio, di dialogo. Comunque sia, Claudio Monteverdi, nel 1619, intitola Concerto il suo sperimentale “Settimo libro di madrigali”, per voci e strumenti. Il significato del termine resta ambiguo fino alla metà del Seicento, quando ancora era possibile confondere il concerto con la sinfonia, con la sonata o con la canzona: altri generi tutti basati su uno stile “concertante”. Solo verso la fine del secolo, proprio grazie a musicisti come Stradella, Torelli e il nostro Arcangelo Corelli, si delineano i tratti fondamentali del concerto barocco, come composizione strumentale in cui uno o più solisti si contrappongono all’orchestra. Accanto al concerto solistico, spesso in tre movimenti nella sequenza veloce-lento veloce che diventerà quella “classica”, si ha il “concerto grosso” in cui al “grosso”, o “tutti”, o “ripieno”, (ossia l’orchestra) si contrappone il “concertino”, che nei primi del Settecento era generalmente costituito dall’organico della sonata a tre (due violini e basso continuo).

Marilisa Lazzari

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