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Barga, uno dei “Borghi più Belli d’Italia”

Barga, splendido paese della Provincia di Lucca fa parte del club dei “Borghi più belli d’Italia”. Sempre della stessa provincia fanno parte di questo esclusivo club Coreglia Antelminelli e Castiglione di Garfagnana.

Il nome

L’etimologia del nome rimane incerta. Secondo alcuni deriverebbe da Lucio Barcolio, lucumone di Luni. Ne sarebbero prova alcune urne cinerarie etrusche scoperte sui monti che circondano l’antico castello, da cui si desume anche che i primitivi abitanti furono i liguri-apuani. Altri sostengono che il nome di Barga provenga da Bargena, città della Tunisia, le cui genti, giunte in Italia al seguito di Annibale, 200 anni prima di Cristo, qui si sarebbero fermate.

La Storia

180 a.C., i Romani, che hanno base a Pisa, sconfiggono definitivamente i Liguri; inizia la penetrazione latina in Valle del Serchio.

VIII sec., Barga è feudo della famiglia longobarda dei Rolandinghi. Poi è parte del Marchesato toscano come libero Comune favorito dalla contessa Matilde di Canossa; i privilegi sono confermati dall’Imperatore Federico I Barbarossa.

XIII sec., Barga, aiutata dal Papa e dai Pisani, lotta per sottrarsi al dominio dei Lucchesi. Ma nel 1236 Lucca, con la forza del denaro e delle armi, estende il suo dominio sulla Garfagnana dividendola nelle tre vicarie di Castiglione, Coreglia e Barga. Nel 1298 i Lucchesi distruggono le mura per punire il contrabbando dei mercanti barghigiani che, eludendo il dazio, rifornivano i Fiorentini di lana, seta e formaggio di pecora.

1328, alla morte di Castruccio Castracani, signore di Lucca, Barga si sottopone volontariamente alla Repubblica fiorentina. L’atto (1331) è la conseguenza della crisi politica di Lucca, di cui i Barghigiani approfittano. L’unione con Firenze porta a Barga benefici economici, come l’esenzione da molte gabelle e imposte.

1436-37, il Piccinino, condottiero al soldo dei Visconti di Milano, pone l’assedio a Barga usando per la prima volta le bombarde per far breccia nelle mura. Ma Firenze manda, in aiuto dei suoi fedeli sudditi, un altro celebre condottiero, Francesco Sforza, che libera Barga dall’assedio. All’ombra della grande potenza militare e finanziaria fiorentina, la comunità gode di un lungo periodo di pace che terminerà solo con l’occupazione napoleonica.

1859, l’Unità d’Italia causa a Barga gravi danni economici, venendo a mancare d’improvviso i floridi commerci con i paesi limitrofi appartenenti agli Stati di Lucca e di Modena. Prende così avvio una fase di depressione che spinge molti cittadini ad emigrare.

Il Duomo romanico e i bugnati dei vecchi palazzi

La struttura urbana di Barga è rimasta più o meno quella dell’età comunale (sec. XII-XIV), segnata dalla ragnatela delle strade che si aprono tra l’irregolarità degli edifici. Si entra nel borgo da Porta Reale e si imbocca via del Pretorio, attraversata da vicoli e carraie. Oltrepassata una piazza, si giunge al Conservatorio di S. Elisabetta, antico monastero delle Clarisse (sec. XV), che custodisce una bellissima pala d’altare della scuola dei Della Robbia (sec. XV-XVI) e un Crocifisso quattrocentesco. Subito si giunge nella parte più alta del castello, dominata dalla mole imponente del Duomo, da cui lo sguardo corre ai tetti del centro storico e, oltre il verde dei colli punteggiati di paesi e casolari, alla corona montana delle Apuane.

La facciata principale del Duomo romanico, costruito a più riprese dal sec. XI al XVI in chiari blocchi di alberese – un calcare locale che acquista tonalità e sfumature a seconda delle condizioni atmosferiche – è l’antico fianco rimaneggiato della primitiva chiesa del Mille. La porta maggiore è ornata da due esili colonne alla cui sommità si trova un leone aggettante sulla mensola. L’arco è decorato con foglie di acanto stilizzate.

Della chiesa originaria rimangono le bellissime acquasantiere (sec. XII o XIII) e il frammento di un affresco. Il fonte battesimale è una vasca esagonale arricchita dalla statua di S. Giovanni Battista (sec. XIV o XV). L’ambone è un pregevole esempio dell’arte dei maestri comacini. Il Patrono, S. Cristoforo, è una statua di legno policromo altomedievale che campeggia dietro l’altare maggiore. La cappella di destra è interamente occupata dalle Terre Robbiane, quella di sinistra mostra, in una tavola del sec. XVI, la Barga d’epoca.

Il grande prato che circonda il Duomo conserva nel nome di Arringo il ricordo delle assemblee che vi teneva la comunità medievale. Lo spiazzo è chiuso a nord dal Palazzo Pretorio che fu residenza del Commissario di Firenze dal 1341 al 1859 ed è oggi sede del Museo Civico. Dal piazzale del Duomo si scende, per un’ampia scalinata, alla Chiesa del SS. Crocifisso, dalla facciata tardo cinquecentesca e dall’interno ricco di decorazioni in stucco e oro.

Da via della Speranza si scende all’altra Porta, detta Macchiaia perché apre alle grandi macchie e ai boschi dell’Appennino. Da lì si segue via di Mezzo e costeggiando antichi edifici si giunge in Piazza Garibaldi, dominata dal maestoso Palazzo Balduini (sec. XVI). Su Piazza Salvi si affacciano due edifici nello stile fiorentino del Cinquecento: la Loggia dei Mercanti e Palazzo Pancrazi, oggi sede del Comune.
La Loggia, elevata su agili colonne, fu costruita quando Cosimo I dé Medici istituì il mercato di Barga (1546), i cui maggiori prodotti erano il sale e la seta.

Il leone di pietra della facciata è simbolo della sudditanza politica a Firenze. Da qui si passa in Piazza Angelio, che per le sue armoniose proporzioni ha il decoro di un salotto all’aperto. Più avanti c’è il Teatro dei Differenti, costruito nel 1795 su uno precedente del 1689, dall’Accademia dei Differenti, promossa e sostenuta dai Medici.

Via di Mezzo è costeggiata da bei palazzi nobiliari settecenteschi, tra cui quelli dei Bertacchi, dei conti Pieracchi, dei Mordini. La chiesa barocca della SS. Annunziata (1595) è a croce latina con vasta navata longitudinale e finte colonne appoggiate alle pareti. Fuori del centro, la chiesa di S. Francesco (XV sec.) custodisce terrecotte invetriate attribuite alla bottega di Andrea Della Robbia (1453-1525).

 Il prodotto del borgo

La castagna, cui Giovanni Pascoli dedicò una poesia, per ricordare come nelle povere case dei contadini si sentisse il borbottio del paiolo posto sul fuoco: il castagno dà agli uomini di che sfamarsi e agli animali un tiepido letto di foglie.

Il piatto del borgo

Il minestrone di farro, un cereale largamente usato nell’antichità e riscoperto dalla “nouvelle cuisine” toscana. Non c’è ormai ristorante tipico che non proponga con successo questo piatto povero ma sostanzioso.

Per conoscere tutti più bei borghi d’Italia visitate www.borghitalia.it

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