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Sulle tracce di Mario Tobino tra passioni e “clausura”

Della mia natura

Quale natura è la mia

Che mille passioni la agitano

E tristezza dolori serene gioie

Nel cuore mi sento battere

E follia a volte

Come fossi invasato da Furie?

Oh! Io non posso avere la pace

E baciando donne io già penso

Alla mia umana poesia

E da esse lontano

Lento desiderio sorge

E trema per ogni lembo di carne;

E odio improvviso contro non degni nemici

E volontà di far pace e tutti amare

E lente tristezze come fossi

In un deserto paese sperduto.

Ed anche vorrei che un pesante sonno

Mi comprimesse in ogni membro

E mai più potessi

Aprire gli occhi al mondo;

Ma niente posso e incatenato cammino

Chiedendo amore e pace.

(Poesie, ed. Bergamo, 1934)

Mario Tobino, poeta dei matti – psichiatra, fu per più di trent’anni direttore di manicomio – cantore della sua terra, la Viareggio che da città di pescatori diventa prima potenza della marineria e poi elegante città balneare, testimone dei grandi eventi storici della sua epoca, parteciperà alla seconda guerra mondiale, combattendo in Libia, e poi alla Resistenza, narrerà queste vicende partendo sempre da una profonda sincerità autobiografica.

Nel 2010 è stato festeggiato il centenario della nascita dello scrittore e nelle varie occasioni di riflessione che questa celebrazione ha offerto, è stato nuovamente sottolineato un aspetto centrale della sua arte, il fatto che Tobino rende visibili valori e sentimenti propri di tutti gli esseri umani, facendo dell’autobiografia una chiave di interpretazione del mondo, un concentrato simbolico d’esperienza di tutto il reale.

In questo articolo, da grafologi, cercheremo appunto di evidenziare, attraverso il confronto tra vita e scrittura, l’itntima autenticità del personaggio.

Tobino nasce il 16 gennaio 1910 nella Viareggio dei marinai, dei calafati, discendenti di quelle quattrocento anime che, nel dodicesimo secolo, si insediarono presso una torre di difesa, davanti al mare:

La legge quella del cuore, della natura, la polizia ignorata, la carcere non concepita…Vissero così puri per sei secoli…liberi, anarchici, ignoti, fanciulli”

 La madre, Maria Biassoli, è di famiglia benestante di Vezzano Ligure, il padre, Candido, originario di Tellaro, è farmacista. A causa della professione del padre, la famiglia si è trasferita a Viareggio, dove Mario trascorre l’nfanzia sul “Piazzone”, un vasto spiazzo erboso, circondato da platani, situato proprio davanti alla farmacia paterna. Qui cresce in un clima di grande libertà, il padre anticonformista gli consente infatti di frequentare “la teppa del Piazzone”, coetanei, figli di artigiani e di marinai, coi quali passa le giornate in varie scorribande: va a rubare l’uva al contadino, a “chiedere il soldino”, cioè a recuperare le monetine che i signori, sul molo, gettano per loro in mare, a “fare cicche”, vale a dire a raccogliere i mozziconi delle sigarette, o si nasconde in pineta, per sperimentare le prime avventure sessuali. Ricorda:

 “Erano loro i miei grandi amici con i quali, se un altro destino non fosse intercorso, forse sarei stato felice tutta la vita, e forse non avrei neppure scritto, dato che vivere in quel modo era la completa poesia…non mi si è mai ripetuta tale baldoria, tale assoluta partecipazione alle naturali leggi…quella tale completa gioia, quell’equilibrio tra il fare e la luce azzurra dell’anima.”

Lo scrittore sarà capace di infondere una straordinaria freschezza alle sue rappresentazioni della natura, nella quale, è convinto, risiede una primitiva bontà.

Ma osserviamo, a questo proposito, il tratto sensoriale della scrittura di Tobino

 Scrittura 1 (Lettera del 28 maggio 1967, indirizzata a Francesco Bergamini, CDS)

 La funzione junghiana sensazione ben sostiene la funzione principale pensiero: pressione nutrita a fuso, tratto netto, appoggio stabile sul rigo, zona inferiore importante, ben radicata. La conoscenza del mondo passa anche attraverso i sensi e le impressioni tangibili. Vivo è il contatto con le leggi naturali, lo spirito d’osservazione e la percezione dell’altro in modo istintivo. Non manca la capacità di godere della vita anche nelle sue manifestazioni sensoriali.

Ma proseguiamo il breve excursus biografico.

Crescendo, i compagni della sua spensierata infanzia prendono il mare come mozzi o cominciano a lavorare in bottega, il figlio del farmacista ha un altro destino. Frequenta il liceo “anche se male, a strappi“, e poi, nonostante la propensione agli studi umanistici (rimane folgorato da Dante), si iscrive a medicina, prima a Pisa e poi a Bologna, in cerca di un ambiente culturale più stimolante. Qui conosce un Giorgio Morandi agli inizi della carriera (al quale, si dice, Tobino regalò un cappotto) e personaggi emergenti dell’arte e della politica, tra i quali Mario Pasi, martire della resistenza e Aldo Cucchi, futuro dirigente del PCI, ai quali resterà legato per tutta la vita e che saranno i protagonisti del romanzo Tre amici (1988).

Terminati gli studi, inizia a prestare servizio come psichiatra in vari ospedali (Ancona, Gorizia, Firenze), finché nel ’40 viene richiamato alle armi. Trascorrerà diciotto mesi in Libia, al fronte, esperienza che ispirerà il romanzo Il deserto della Libia (1952). Rientrato in Italia riprende servizio presso il manicomio di Firenze. Nella città toscana frequenta quasi ogni giorno il caffé Giubbe Rosse, dove conosce, tra gli altri, Elio Vittorini e Eugenio Montale. Dopo pochi mesi si trasferirà presso il manicomio di Maggiano, vicino a Lucca, dove lavorerà sino alla pensione.

Raggiunta finalmente una certa stabilità, sia economica, sia di vita (ma torneremo su questo aspetto), intensifica l’attività di scrittore e comincia a pubblicare poesie e romanzi. In questo periodo, siamo nel ’43, conosce Paola Levi, sorella di Natalia Ginzburg e moglie di Adriano Olivetti, con la quale intesserà la relazioni più stabile e duratura della sua vita e che, con il nome di “Giovanna”, diventerà un personaggio di molte opere di Tobino.

Nel ’44 partecipa alla guerra partigiana. Lavorando a Maggiano nasconde i compagni, cura i feriti, fornisce i medicinali necessari. Fa anche parte del Comitato della Resistenza versiliese e contribuisce all’ideazione e alla pianificazione di molte azioni. La sua esperienza confluirà nel romanzo Il Clandestino (1962).

Finita la guerra, nel ’48 diventa primario del manicomio di Maggiano. Nel romanzo Le libere donne di Magliano (1953) raccoglierà l’esperienza vissuta all’interno del manicomio.

Gli anni della pensione sono dedicati ai successi letterari, alla scrittura e alla pubblicazione delle sue ultime fatiche. Cercherà la compagnia dei giovani. Nel 1991 ad Agrigento dove si è recato per ritirare il Premio Pirandello, all’età di 81 anni, muore colpito da un attacco cardiaco.

Dunque una vita lunga e artisticamente produttiva, ma da dove nasce questa capacità realizzatrice? Vediamo cosa ci suggerisce la scrittura:

Scrittura 2 (cartolina alla madre, anni ‘30)

Scrittura dinamogenica, ritmata, le finali sono lanciate come le grandi barre del “t”. La pressione è nutrita, le forme semiangolose, inclinate. Sono presenti prolungamenti (soprattutto in basso con rigonfiamenti), sopraelevazioni (in particolare nella “p”), la tenuta del rigo è rettilinea con finale a “coda di volpe”, la “r” ben formata. La grande forza vitale e l’ambizione sono accompagnate da impegno e determinazione, direi di più: slancio, entusiasmo, gusto della conquista. L’orgoglio e talvolta l’impulsività lo spingono ad andare oltre i propri limiti e le proprie forze.

E’ possibile reggere a tale tensione perché l’ambizione è sostenuta da un bagaglio energetico non comune e da una personalità solida, sicura di sé. La scrittura si presenta infatti anche grande, semplice, spontanea, libera nella presa di possesso dello spazio, la firma omogenea. Un confortevole Sé si mostra con autenticità e coraggio per essere pienamente sé stesso, senza dissimulazioni, atteggiamenti sovrapposti e sovrastrutture, in coerenza con i propri principi morali.

Scrittura 3 (Nota all’interno del manoscritto de Il clandestino, 1962)

Ed è interessante osservare che, da una ricognizione diacronica dei manoscritti dello scrittore,si rileva che la scrittura di Tobino, nel corso degli anni, non subisce mutamenti sostanziali (cfr. scrittura 2 e 3). La grafia mostra invece una variabilità accentuata a seconda dell’occasione e dello stato emotivo dello scrivente.

Nelle lettere ufficiali (cfr. Scrittura 1 e 4) o in momenti più riflessivi, come la scelta del titolo di un libro (cfr. scrittura 5), appare più impostata e calligrafica:

Scrittura 4 (lettera a Sergio Breschi del 12 giugno 1962, CDS)

Scrittura 5 (lista di titoli del ’53)

Nei momenti di creatività o nella comunicazione affettiva, ai familiari, il ritmo si intensifica, lo spazio si piega all’impeto del movimento (cfr. scrittura 2) o si compatta nell’urgenza dell’esprimere il pensiero con parole che riempiono la pagina, rimpicciolendo il calibro delle lettere e l’ampiezza dell’interlinea.

Scrittura 6 (p. 2 del manoscritto di Sulla spiaggia e di là dal molo, 1966)

Lo spazio viene dunque gestito con libertà: a volte è più compatto e intricato (cfr. scrittura 6), in genere la scrittura si presenta spaziata, con canali e merlature. Le merlature, il bianco ricco, i gesti in pince ci suggeriscono una grande apertura mentale e una profonda capacità di aprirsi all’inconscio, all’ignoto, attingendone ispirazione. La pressione nutrita, il tratto netto, solido ed elastico in scrittura legata, rettilinea (a volte sembra iperlegata ma osservando bene rinveniamo delle saldature), dall’interlinea regolare e dagli ampi spazi tra parole, rassicura sulla capacità di dominare questa ispirazione e rielaborarla intellettualmente. Chiarezza di giudizio e consequenzialità logica sono ricercati, talvolta con sforzo. La realtà, anche quella profonda, interiore, è colta con partecipazione e controllo insieme, con istintiva comprensione, non disgiunti da spirito critico e prudenza (da notare acuminazioni e trattino del procuratore).

Dunque una mente aperta pronta ad accogliere ispirazioni, intuizioni, idee nuove ed originali. Doti queste che Tobino utilizza non solo in campo artistico. Il Tobino psichiatra infatti sostiene la necessità di sviluppare nell’anamnesi del paziente una visione complessiva dell’individuo e pone le basi per una rifondazione umanizzante della disciplina, la così detta “psichiatria dal volto umano”. E’ contrario all’introduzione degli psicofarmaci – a partire dal ’52 prenderanno sempre più piede – li accusa di “ledere, tacitare la personalità”.

E’ giusto con gli psicofarmaci ottundere la personalità, arginare, imbavagliare, legare una delle più profonde, meravigliose, misteriose manifestazioni umane: la follia?

Nel ’74 la legge Basaglia stabilisce la chiusura dei manicomi ma già dal ’71 cominciano le dimissioni. Tobino esprime le sue perplessità, per lui infatti il luogo del manicomio è necessario per il bene dei malati, certo deve essere un luogo fraterno, civile, umano e il più possibile libero.

L’alienato nella cella è libero, sbandiera, non tralasciando alcun grano, la sua pazzia, la cella suo regno dove dichiara sé stesso, che è il compito della persona umana…Per ogni persona la maggior gioia è manifestarsi

Ma in Tobino, accanto alle doti intellettuali, troviamo ben presenti, altrettanto preziose per la sua professione, alcune non trascurabili doti umane: il tratto caldo in grafia inclinata, allargata, legamenti in ghirlanda aperta e secondari ci parlano infatti di calore disentimenti, socievolezza, ricerca di contatto, disponibilità verso l’altro, senso della solidarietà umana.

Oggi un vecchio mi ha detto: “lei non m’imbroglia, lei di ogni uomo conosce le ragioni e fa di tutto per aiutarlo in quello che manca

L’apertura degli ovali a sinistra, immagine evocativa di un orecchio all’ascolto, richiamano la capacità di entrare in empatia con l’interlocutore, anche il più “particolare”:

Si accorse dunque, dopo poco che viveva in manicomio, il figlio del farmacista che i matti non erano per lui mistero ma con estrema facilità s’impadroniva del loro pazzo pensiero tanto da poter discorrere la loro lingua, cosa rarissima

La professione di psichiatra, in sintonia con le sue doti umane e intellettuali, oltre che in linea con la tradizione familiare, può garantire allo scrittore una base economica stabile. Scrive nel Diario: “Ho fatto il medico di manicomio per scrivere“. Ma, al di là delle motivazioni pratiche della sua scelta, Tobino, con queste parole, vuole svelarci qualcosa di più profondo e imprescindibile rispetto al suo poter essere scrittore, poeta. Il manicomio di Maggiano è per lui una sorta di “luogo di clausura”.

 Foto 3 (Tobino nelle sue stanze a Maggiano)

Le due piccole stanze dell’Ospedale psichiatrico, che abiterà per tutta la vita, anche dopo il pensionamento, gli offrono un rifugio, un porto quieto nel quale sedare quella passionalità e sensualità che, se non sublimate, divengono tormento, fuga e lo spingono verso il vino…

Dopo tutto quello che ho amato, odiato, giudicato, perdonato e sofferto, sono all’alcoolismo…Ringrazio il cielo che non mi sono di nuovo ammalato, nonostante tutti gli stravizzi

Dio mio, facciamoci un po’ di coraggio. Beviamo

 …le risse…

Ero un provocatore, ero contro i mediocri, avevo il fulgore delle immagini, amavo con passione l’eroismo, da qualsiasi parte scaturisse. Prendevo botte da tutte le parti

Un’improvvisa rabbia prende il figlio del farmacista…se ritornano gli spacco i lineamenti a quei due imbecilli, glieli spacco così…e quasi piange, e va dove sono due rivoltelle…potessi tirargli , mentre guardano con autorità, queste pallottole nella fronte”

 …le avventure galanti

 “Mi sembra impossibile che anche questa non me la trovi debole tra le braccia; se mai sarà il primo insuccesso…ne ebbi di maritate e di intatte, di fidanzate e di ancora libere e che io lasciai libere“.

Scrittura 7 (p. 40 del manoscritto di Per le antiche scale, 1972)

Ma osserviamo la scrittura: sopraelevazioni, ricci, nodi, fusi, prolungamenti in basso con rigonfiamenti, evidenziano orgoglio, narcisismo, sensualità; mazze, acuminazioni, cunei (da notare in particolare le grandi virgole cuneiformi, distanti tra le parole), molto dicono sulla passionalità, i momenti di aggressività verbale (“L’altro ieri fui a Firenze dove vidi i soliti letterati delle Giubbe Rosse, al solito piccini, meschini, privi di fantasia e di sostanza”) e d’ira, rara e improvvisa. Il tratto netto invece, in questo contesto, ci parla della capacità dello scrittore di prendere le distanze da persone e situazioni, in posizione di difesa.

Da un lato, come già accennato, rinuncia a vivere appieno la propria passionalità e sensualità, o meglio, la sublima nell’arte, dall’altro si nega la possibilità di crearsi una vita familiare “normale”, quasi obbedisse anche lui alla regola che imponeva alle infermiere del manicomio di non sposarsi

“Tante volte ho sognato e sogno di avere una bella, onesta, fresca e serena moglie, una casa ben fornita, con un bel fuoco d’inverno, dalle mura spesse, un poco lontano dal centro, la tranquillità finanziaria, la paceSpesso contemplo come la letteratura mi abbia impedito la sposa, i figli, il lieto lavoro che genera il benessere

Ma è una scelta voluta e consapevole perché sa che anche la famiglia lo avrebbe “distratto” da quella che sente come una missione

Ho lavorato, ho pubblicato. Mi sono battuto. Ho avuto modo di tentare di lasciare traccia di me sulla terra…Amo la gloria non il successo, che anzi odio“.

Se mi fossi sposato non sarei uno scrittoreUn figlio è un impegno e una tenerezza troppo grandi per poter fare qualcosa di più del proprio mestiere“. Ma…“A poesia scritta il poeta si alza dal tavolo felice; egli è felice più di una madre che vede il figlio: in questo, madre e figlio sono terreni, il poeta è divino, è il divino che è felice”

In Tobino dunque l’espansività, la ricerca dell’altro convivono con il desiderio di isolarsi, per votarsi completamente alla Poesia.

per far le quali [fantasie] è necessario essere dei solitari, come pur troppo è stato ed è il figlio del farmacista

La letteratura è figlia della lentezza, della calma, della pazienza…Lo ripeto: solo stando in manicomio ho potuto scrivere

Una scelta radicale quindi quella di Tobino, un progetto di vita perseguito con tenacia e passione: “E’ il poeta che fa rimanere le storie; se no diventano polvere, lontane larve“. E il poeta stesso rimane grazie alle storie: “L’unica battaglia è creare e rimanere

Scrittura 8 (p. 73 del manoscritto di Per le antiche scale, 1972)

A questo proposito, ritornando alle tipologie (all’inizio abbiamo accennato alle funzioni junghiane), osserviamo nella grafia di Tobino, oltre al piglio combattivo del Bilioso e del Fallico, la tensione e insieme l’omogeneità della scrittura del Passionale, che appare come legata in un’unità d’insieme.

La descrizione del Passionale, secondo la tipizzazione di Le Senne, ben calza con la personalità dello scrittore viareggino, riuscendo a coglierne gli aspetti salienti. Il Passionale ama infatti combattere ma sistematizzando il suo comportamento e dedicandosi ad un progetto a lungo termine. Possiede una logica sostenuta. Fedele a se stesso, si mette al servizio dei valori essenziali. L’equilibrio al quale perviene però viene pagato con la rinuncia.

“per questa poesia, occhi cerchiati di febbrile amore, gioia smodata e tristezze ignote, smanie di non si sa che cosa, sogni e sogni che s’imbrogliano…gli fuorvii la mente, li fai sperare una gloria che non ci pensa neppure a venire”

L’emotività lo rende sensibili al minimo dettaglio, si infiamma per un’idea, un oggetto, una situazione, una tecnica, di cui parla come se si trattasse di una persona amata. E in questo modo Tobino parla della Poesia:

“…potendo in questo manicomio il figlio del farmacista, solo, tutto il giorno o quasi stare in attesa di lei, lei gelosa che non si avvicina al denaro che luccica avido, né alla distraibile città, lei qui ha pensato il figlio del farmacista che possa venire, le ha come preparato il nido tiepido di piume…Ma certamente nel manicomio ha portato con sé il suo bene cioè il non piegarsi e salutare festosamente nient’altro che non sia eterno…Sei una strega uguale a quella delle favole ma in carne ed ossa e ti trasformi, per distruggere i giovani poeti, in tenera ragazza…Appari improvvisamente come fata”

Riesce però a imbrigliare questa energia non disperdendola in reazioni immediate ma utilizzandola per ciò che per lui ha veramente valore. Quando decide di reagire lo fa con grande intensità. Ogni fallimento rinforza il bisogno di costruire e richiama un nuovo inizio. E’ tenace, riflessivo, mostra un grande orgoglio ed una profonda indifferenza per persone e fatti che non ritiene consoni a sé, in questo è molto selettivo. E’ avido di conquiste, ha la volontà per poter raggiungere ciò che stima fondamentale, uno status superiore, la sua è la passione “d’essere”.

“Delle volte intravedo e vedo quale felicità possa dare, quale nuova e bellissima vita, innanzi tutto sparisce la solitudine…il poeta è vivo con sé, si sente battere, è il mondo, tutti sono lui”

Dotato di una grande energia sessuale, la tiene tuttavia a freno ma si lancia a fondo se l’oggetto del desiderio è conforme alle sue scelte selettive. Non ama il divertimento in sé, gli svaghi, gli sembrano sempre troppo banali. In genere non si adatta facilmente agli altri, alle convenzioni, al modo di essere “comune”. Deve vivere l’idea che lo guida con persistenza, intensità, perseveranza. Il che, malgrado il carattere difficile, disdegnoso, selettivo, rende il passionale, alla fine, un essere profondamente sociale, oltre che individuale.

Vorrei concludere facendo proprio riferimento a questa apertura sociale dello scrittore, che nell’ultimo periodo della sua vita, si amplifica e si manifesta soprattutto nel dialogo con le nuove generazioni attraverso incontri con gli studenti e alcuni interventi pubblici su temi cruciali come il pericolo della droga. In nome di quell’ideale di vita, che Tobino ha sempre avuto ben presente, secondo il quale l’uomo ritrova piena gioia e dignità solo quando “…collabora spontaneamente a questo nostro vivere insieme uno aiutando l’altro, ciascuno portando quel grano piccolo o grosso del mucchio secondo che gli è possibile

 Per Luccalive  Dott.ssa MARIA LAURA FERRARI Perito Grafologo

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