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Schegge di Vernacolo

Venerdì 2 settembre alle ore 21 e 15, nell’aula magna dell’Istituto Comprensivo Don Aldo Mei di San Leonardo in Treponzio ci sarà: “SCHEGGE DI VERNACOLO”

Il gruppo dei “Vegliarini” presenta una rievocazione delle veglie che si tenevano nel canto del fuoco. Interverrà Giovanni Giangrandi a raccontare il significato e l’uso del vernacolo nella piana lucchese.

Di Giovanni Giangrandi vi proponiamo due poesie in vernacolo.

IL CAFFÈ DEL BARE

(Dicembre 2007)

 A me ‘l caffè del bare da ‘l nervoso;

 no mia ‘l caffè, che quello un mi fa niente

 a fammi doventà così spungoso…,

 a fammi girà ‘ còsi enno le gente.

 Vedé una che ‘ngùbbia n pasticcin,

 po’ ci ridoccia su co’ na brioscia

 e po’ ti butta drento al cappuccin

 un pasticchin di dietor…, me m’angoscia.

 E se ni dici nulla nulla qualcheccosa

 risponde che lo fa per limitassi;

 <- meglio ‘osì che eccede ‘ndunniosa,

 io mi vò bene, un vòle mìa che ‘ngrassi? – >.

Ti limiti na sega! Perché un’hai preso,

 che só, n panin col cacio o na pizzetta

 se propio voi stà attenta al soprappeso

 e cerchi di ridure la pancetta!

 Un’altra ‘osa che mi dà ‘l nervoso

 è quando lascino n del fondo

 no strato di succhero corposo.

 Sto fatto a me mi rende furibondo.

 I casi èn due: o sèi no sfadigato

 che un ce la fai a rumallo un altro po’,

 o sei n testa di casso e hai esagerato

 e ce n’hai misso troppo per ammò.

 Ma un’è fonita ancora, perdindina.

 Avete visto mai di quella gente

 che gira la tazzina di mancina

 perché da ‘uella parte certamente

 ciànno beuto n men e un’è appestato?

 O perché un’acchiappa n bicchierin

 di plastïa monouso mai leccato?

 No, quello un va ben; neanco n poìn.

 E allora io lai, rumelo col dito

 invece d’adoprà il cucchialin

 che quello n bocca, se un tu l’hai ‘apito,

 ce l’hanno misso tutti, io ssucchin.

 

IL SÓNATORE

(Luglio 2006)

 No, un pioveva;

 c’era n dell’aria ‘uell’umidità sospesa

 che infradicisce tutto e tutto spenge;

 anco la volontà di vita e la speranza.

 Il sónatore, stanco,

 seduto n sulla pietra n Canto d’Arco

 tieniva lo strumento fra le mano;

 teneramente, come cullasse n bimbo.

 ‘Uell’occhi micci,

 chi sa se per ‘l tempo o lo sconforto

 per el nulla accattato per la cena,

 fissàvino vicin un punto all’infinito.

 Lente, nel vento,

 si libravin le sonnolente note

 di ‘uella malinconïa ballata;

 anch’esse stanche d’inseguir l’un l’altra.

 Qualcuno, forse,

 meno distratto dal via vai di gente

 sentiva ‘l motivetto che alitava in aria.

 Sentiva soltanto, no, un l’ascoltava.

 La gente, distratta,

 passadoni di fianco dava n’occhiata

 al cappello floscio che teneva a’ piedi.

 Nissun degnava l’òmo d’uno šguardo.

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